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LAURA ONOFRI
la Parità è un bene in Comune

Liberi e libere da pregiudizi e stereotipi anche nelle aule di Giustizia

Le sentenze si rispettano. Ma si possono, anzi si devono commentare e criticare perchè i giudici sono donne e uomini che possono sbagliare e possono dare valutazioni parziali, incomplete o filtrate dai pregiudizi con cui tutti noi dobbiamo costantemente confrontarci.

La sentenza del Tribunale di Torino  che ha assolto  il 46enne accusato di violenza sessuale su una collega della Croce Rossa, di cui in questi giorni si parla moltissimo, e che ha fatto indignare molte donne e molti uomini, è stata forse commentata, come spesso accade per i processi penali, con superficialità, estrapolandone  alcune parti, e non mettendo a fuoco tutto l’impianto con cui è stata motivata.

Non bisogna dimenticare che per condannare una persona, ancor più se  accusata di un reato cosi spregevole, infame ed esecrabile come lo stupro di una giovane donna,i giudici devono avere prove certe e inconfutabili. E’ un principio del diritto che non può e non deve essere sottovalutato.

Quello che però colpisce e deve far riflettere è la cultura della nostra società,  di cui anche spesso  i giudici  sono un’espressione.

Quella cultura che ancora oggi impone che la reazione di una donna ad uno stupro, ad una violenza, ad una molestia deve essere quella di ribellarsi, di gridare, di denunciare, che non tiene conto che ogni donna ha un comportamento, anche protratto nel tempo, diverso perchè lo choc, la vergogna, la paura e il vissuto personale di ognuna è diverso.

In questo caso particolare, come ho premesso all’inizio, le motivazioni non sono solamente che la donna “non ha urlato”, ma sostanzialmente perchè la sua versione dei fatti non sarebbe verosimile, perchè  non ricordava la sequenza esatta dei fatti cadendo anche in contraddizioni, perchè era confusa…Il collegio giudicante composto da tre Giudici donna, però, a mio avviso,  non ha tenuto conto nè del vissuto della giovane, segnato da abusi da parte del padre, nè della sua fragilità emotiva.

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E dopo?

Ieri per l’8 marzo le donne sono scese in piazza in 54 città in tutto il mondo. Anche in Italia la moltitudine di donne, moltissime giovani, che hanno dato vita a cortei colorati ci fa capire che c’è una voglia, una volontà di rimettere al centro il tema delle discriminazioni che ancora le donne subiscono: la violenza, la parità retributiva e occupazionale, la precarietà, il welfare…di riaffermare che la cultura sessista ancora permane nella nostra società e che va contrastata.

La manifestazione è stata indetta con un appello che oltre a scendere in piazza invitava le donne a scioperare: ma con quale obiettivo?

Lo sciopero, per essere uno strumento incisivo deve avere una piattaforma chiara, precisa…puntare su rivendicazioni concrete.

Le organizzatrici della manifestazione  ribattono  che  “ questo sciopero è invece maledettamente concreto, come maledettamente concrete sono le motivazioni che hanno portato le donne di tutto il mondo ad alzare la testa e a mobilitarsi. La piattaforma che stiamo scrivendo –il Piano femminista contro la violenza – sta lavorando all’individuazione di risposte altrettanto concrete ed efficaci al problema della violenza maschile sulle donne, intesa come questione sistemica e strutturale, che attraversa quindi tutti gli ambiti della vita delle donne, non da ultimo quello del lavoro.”  

I contenuti di questo sciopero sono assolutamente condivisibili e prioritari per il superamento della disparità  a sfavore delle donne ancora presente nel nostro Paese ….ma il punto è un altro: lo sciopero serve a fare pressione sulla controparte avendo già elaborato un obiettivo rivendicativo chiaro, concreto. L’arma che potenzialmente poteva essere incisiva…non è stata  calibrata e rischia di risultare “spuntata”

Come fu per il 13 febbraio, la grande manifestazione che mobilitò milioni di persone in Italia, il rischio è quello di non saper andare oltre, di non trovare la strada per utilizzare la massa critica  per ottenere risultati (pochi magari, ma tangibili…) concreti.

Abbiamo ormai capito da tutte le esperienze passate che senza avere un’interlocuzione con chi ci governa e delle strategie unitarie, non si faranno passi avanti.

Come dice Alessandra Bocchetti, una delle voci più autorevoli del femminismo italiano questa è forse stata un’occasione perduta “perchè non inciderà politicamente, come purtroppo non ha cambiato nulla la manifestazione del 26 novembre 2016, a cui comunque ho partecipato. Ci siamo fatte sentire, vedere, eravamo 250mila donne in corteo, e nemmeno una conquista reale”

L’unica cosa positiva, è sicuramente il coinvolgimento di tante giovani, silenti per molto tempo, che si sono riprese la piazza. Ma sapranno unire? Trovare le parole giuste per un nuovo femminismo che coinvolga tutte e tutti  e che persegua con lucidità e senza steccati ideologici le battaglie per una verà parità?

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Negli Usa e nel mondo per dire “”I diritti delle donne sono i diritti civili”

Stamattina leggendo su Repubblica questo articolo di Roberto Saviano, ho subito pensato che avesse colto nel segno: la realtà, ci piaccia no è quella descritta da lui , a chi vota  Trump non interessa che persona sia, se è o è stato un imbroglione, un volgare maschilista, un sessista, molto spesso  non lo stima come persona e sa che non è sostenuto da nessuna etica se non quella del profitto, da lui spera  di riavere lo stesso potere economico degli anni del boom, ha sempre più difficoltà a riconoscersi e si è  sentita poco rappresentata dalla politica di Obama più rivolta a tutelare i veri poveri  e poco assistita dallo Stato sociale. Si sente minacciata  se la politica è inclusiva, attenta ai più deboli ai più sfortunati, li sente come una minaccia al suo status quo.

Questo è il populismo che sta avanzando non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa. E dobbiamo chiederci ed interrogarci sul perchè in una stessa nazione convivano persone portatrici di valori di democrazia,uguaglianza, solidarietà ed altre sessiste, razziste, nazionaliste, senza nessuna etica.

Liquidare queste ultime come rozze, ignoranti, insensibili non serve a capire perchè spesso prevalgano e perchè vengono anteposti certi valori ad altri. Sicuramente la politica ha grandi responsabilità ma ognuno di noi anche singolarmente ne ha.

Manifestare non serve certo a cambiare lo stato delle cose, ma io sentivo il dovere di esserci sabato a Roma, per dire oggi come il 13 febbraio del 2011 nella grande manifestazione di Senonoraquando?  che non vogliamo solo protestare , ma  rivendicare  il ruolo delle donne in ogni società.  “I diritti delle donne sono i diritti civili”, si leggeva  su  tantissimi cartelli  negli Usa come in tante altre città del mondo e questo, purtroppo, ancora molti lo dimenticano.

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Perchè voterò sì

Vorrei iniziare con questo post di Pierfranco Majorino, assessore alle Politiche sociali di Milano, che condivido:

“c’è una cosa disturbante che deriva da alcuni sostenitori del NO. L’idea che la Sinistra siano solo quelli che rifiutano la Riforma. E’ un principio sbagliato. Come era sbagliato l’utilizzo del termine “accozzaglia” rispetto a cui, a dispetto di alcuni suoi fans, proprio Renzi ha chiesto scusa. La SINISTRA è “un punto di vista sul mondo”. Che può ovviamente essere declinato in modi molto differenti e tra loro – nella storia anche tragicamente – pure conflittuali. 
Ma non è riducibile e “detenibile” da qualcuno contro  qualcun altro. E soprattutto, vorrei darvi questa incredibile notizia, il 4 dicembre si vota sulla Riforma istituzionale, non sul tasso di globuli rossi presente in ciascuno di noi.”

Sono stata indecisa per molto tempo, cercando di capire, di valutare, partecipando ad incontri e cercando di ascoltare, il più laicamente possibile, le ragioni del  e del No, discutendone con amici e familiari, divisi equamente fra una parte e l’altra.

Ho deciso di tenermi fuori dalle esternazioni gridate, dai commenti risentiti di post ed articoli  pubblicati sui social dai due schieramenti che spesso assomigliavano più al tifo di una squadra di calcio che riflessioni ponderate di giuristi, politici e commentatori, proprio per non entrare in quel clima odioso da “guerra civile” che ti fa guardare con sospetto ed aggressività chi non la pensa come te…

Ho apprezzato invece commenti pacati e articolati di giuristi  come  Paolo Borgna o Paolo Berti per il NO nonché  Riccardo Montanaro o Nicolò Ferraris per il SÌ

E alla fine, ho deciso di votare .

E qui vorrei spiegare le mie ragioni: premetto che questa riforma in molte parti non mi piace,  anche se ne apprezzo alcuni aspetti positivi, come la modifica dell’art. 117 del Titolo V, che assegna allo Stato materie importanti  che interessano anche molto  le donne,   e consente  un’applicazione omogenea delle norme sul territorio nazionale – penso, ad esempio, alla  l. 194 o al piano contro la violenza o  ancora alla distribuzione equilibrata dei servizi di welfare; per la prima volta viene, poi, introdotto nella Costituzione il principio dell’equilibrio della rappresentanza che attua una democrazia realmente paritaria, obiettivo di tante battaglie in questo campo.

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Perchè anche una non piena applicazione della 194 è una violenza sulle donne

Il 25 novembre ho partecipato all’incontro organizzato dalla CGIL di Alessandria dal titolo  “Il corpo violato delle donne”.

Come è stato giustamente rilevato durante l’incontro non è così scontato  che, parlare oggi della Legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e sulla sua applicazione,  sia  da collegare immediatamente al tema della violenza sulle donne.

Invece, com’è emerso dall’incontro oggi l’applicazione della 194 in molte parti del Paese è difficoltosa e addirittura impraticabile per molte donne, specialmente quelle con meno mezzi culturali ed economici, a causa dell’alta percentuale dei medici obiettori di coscienza.

Per molte donne una decisione già  difficile e dolorosa rischia di risultare ancora più drammatica se , come spesso succede, la libertà di scelta della donna è condizionata alla libertà di scelta del medico, e come i dati ci dicono, in alcuni territori dove  la   presenza degli obiettori raggiunge  l’80/90% , di fatto è impossibile abortire in una struttura pubblica del territorio.

obiettori

Non si esce da questo impasse se non si trova una soluzione che tenga conto di due diritti, ma uno dei quali può impedire, di fatto, l’esigibilità dell’altro.

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Questo spot è inaccettabile

In questi giorni neanche si ha il tempo di fermarsi un attimo a riflettere: siamo come palline da tennis che rimbalzano da una parte all’altra delle città o delle regioni per portare un contributo alle mille e mille iniziative che vengono create intorno al 25 novembre.

E’ importante….è importante essere in quei piccoli comuni..in quelle comunità dove si parla ancora troppo poco di questo fenomeno.

Noi ci siamo..sfidiamo pioggia…vento..alluvioni ..treni cancellati  per esserci…è anche questa la forza delle donne.

Forse bisognerebbe riflettere se queste energie non sarebbe meglio diluirle lungo l’arco di tutto l’anno….ma in ogni caso oggi si può affermare che il tema della violenza è prepotentemente entrato a far parte delle discussioni, delle iniziative e  dei progetti  di ogni piccola comunità.

Tutto questo sforzo però può essere vanificato da chi ha mezzi più potenti per entrare nelle case di tutti gli Italiani…può  rendere inutili tutti i messaggi  per aiutare le donne a denunciare…alle giovani a non più subire…

Mi riferisco allo spot della Rai mandato in onda in questi giorni in occasione della Giornata della violenza contro le donne

Lo spot induce a credere che la violenza contro le donne sia un destino ineluttabile, vanifica di fatto il  messaggio che chi si occupa di violenza vuole  lanciare: la violenza contro le donne si può contrastare sradicando modelli culturali, abbattendo stereotipi, insegnando ai bambini  e alle bambine una vera cultura di parità e un’educazione ai sentimenti che cambierebbe il paradigma culturale della nostra società.

Vedendo lo spot della Rai   ho immediatamente fatto un confronto con lo spot “Violenti Anonimi” ideato dai ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia – Animazione  della nostra Città per il progetto di SeNonOraQuando? Torino POTERE ALLA PAROLA:  come la comunicazione di un tema così drammatico può essere fatta con lievità ma nello stesso tempo con grande incisività ed efficacia.

Ma c’è di più in questo spot …. non solo dà un messaggio negativo e fuorviante….non solo continua a perpetuare l’idea della passività e subalternità femminile…non solo dà un messaggio opposto a quello che da anni associazioni e istituzioni vogliono veicolare e cioè la consapevolezza che uscire dalla violenza si può con la forza e la determinazione… questo spot è  molto violento nei confronti di quella bambina costretta a dire quella frase…e a recitare quel ruolo.

Questa forse è la cosa più inaccettabile!

Su Change.org è stata lanciata una petizione online dal network di attiviste per i diritti Rebel, per chiedere il ritiro dello spot.che vi invito a firmare.

 

 

Storica sentenza della Consulta: via libera al cognome materno

Con una sentenza storica la  Consulta  ha dichiarato illegittima “l’automatica attribuzione” del cognome paterno in presenza di una diversa volontà dei genitori.

E’ una grande vittoria di tutte quelle associazioni, movimenti e singole donne che da anni si battono per il riconoscimento di un diritto e il superamento di una discriminazione.

Per secoli  le origini materne,  in nome di una  imposta e discriminante  supremazia del padre,  sono state ignorate, disconosciute,  cancellate, e quindi  perse sia anagraficamente  che nella memoria familiare.

Grazie al ricorso di una coppia genovese e al lavoro prezioso e puntuale delle avvocate Susanna Schivo che difendeva la coppia ricorrente e Antonella Anselmo che nel collegio difensivo rappresentava la Rete per la Parità, si è potuto raggiungere un risultato epocale e atteso da tanto tempo se si pensa che  la prima proposta di legge  in materia di attribuzione del cognome a figli e figlie rispettoso della parità tra i coniugi fu presentata dall’avvocata Maria Magnani Noya, prima sindaca di Torino.

Ancora  una volta è stata la magistratura, ad essere più attenta al cambiamento e alle richieste della società civile  e a precedere il Parlamento in cui giacciono varie proposte di legge per regolamentare l’attribuzione del cognome materno.

Oggi festeggiamo un passo verso la parità,  consapevoli che in tutto il mondo il cammino è ancora lungo; però come ha affermato Hilary Clinton  rivolgendosi alle donne nel giorno della sconfitta: “Non possiamo rompere quel tetto di cristallo ma un giorno succederà” e invitandole all’unità, per essere più forti, “senza rimorsi per aver lottato per i propri ideali, guardando avanti perché arriveranno altre stagioni, stagioni migliori, c’è ancora molto da fare”.

Sì c’è ancora molto da fare…

 

 

Donne, nè di picche, nè di cuori!

Sarà che dopo l’elezione americana sono incline ad essere meno tollerante….ma devo dire che oggi il “Buongiorno” di Massimo Gramellini  (che peraltro spesso apprezzo)  mi ha molto infastidita.

Perchè una donna deve apparire secchiona, o seducente, tranquillizzante o controllata, insomma perchè deve incarnare a tutti i costi uno stereotipo: bambolina, donna in carriera, spregiudicata o accogliente come una mamma.

Si chiede mai ad un uomo di essere diverso da quello che è?

Non c’è un modello di uomo nè in politica nè nella società! Ci sono uomini differenti che hanno reazioni ed atteggiamenti differenti (si spera mai costruiti…)

Perchè per una donna deve essere diverso? Non si può sfondare quel famoso tetto di cristallo senza essere se stesse? Bisogna assumere un atteggiamento che tranquillizzi gli uomini (ma spesso anche le donne), non si deve essere aggressive? si deve essere femminili? ma perchè le stesse richieste non vengono fatte agli uomini…perchè si vuole far credere che la difficoltà di arrivare in posizioni apicali in tutti i campi della società,  sia da attribuire all’atteggiamento delle donne  e non al potere ben saldo nelle mani degli uomini (specialmente quelli che rivestono posizioni  preminenti)  che lo difendono in ogni modo, molto abilmente,  spesso facendo lobby tra loro pur di non concedere prerogative alle donne che invece non usano questi mezzi e non sono abituate a fare squadra per  arrivare ad ottenere i risultati ambiti.

Solo quando non dovremo più apparire nè  Donne di Picche, nè Donne di Cuori,  avremo raggiunto la vera parità e forse sia negli Stati Uniti che in Italia riusciremo ad avere la prima Presidente donna.

 

Manifesto per il Salone Internazionale del Libro di Torino

Sono una delle firmatarie dell’appello (a fondo pagina) promosso ad agosto  da Gian Giacomo Migone ed altri per far restare a Torino il Salone del Libro .

Da agosto molte cose sono successe: prima fra tutte la conferma che il Salone Internazionale del Libro si farà e si farà a Torino nelle date già annunciate.

Con il gruppo dei firmatari dell’appello ci siamo ritrovati l’ 11 ottobre scorso e da quell’incontro è nato un “Manifesto” (a fondo pagina)   basato sull’intervento di Gian Luigi Beccaria e dai successivi aggiornamenti e suggerimenti nati in quella sede.

Chiediamo a tutte e tutti coloro che vogliono sostenere il Salone Internazionale del Libro di Torino di firmare l’appello  inviando  la propria adesione a

appellosaloneto@gmail.com.

e rimanere in contatto con gli amici del Salone Internazionale del Libro.

L’idea è di far nascere, in un prossimo futuro, un’associazione per sostenere e aiutare il Salone con proposte, riflessioni  e progetti, che  partendo dalle tante  esperienze positive maturate in trent’anni,  le rilanci e le migliori con iniziative che coinvolgano il maggior numero possibile di soggetti. 

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Una bimba in Consiglio, ….segno che i tempi stanno cambiando

Le polemiche della Lega al Consiglio Comunale di Milano, mi riportano con la memoria alla passata Consiliatura a Torino, quando nacque Ada la figlia della Consigliera Fosca Nomis, che spesso, quando le sedute di protraevano sino a notte  veniva in Consiglio con la sua mamma e  la maggior parte di noi  Consigliere e Consiglieri  non trovavamo nulla da ridire su questa presenza, anzi ne eravamo molto contente/i.

Ada portava, durante quelle lunghe sedute, una ventata di gioia e spesso facevamo a gara per poterla tenere in braccio a turno…

Ma, oltre ad essere gradita la sua presenza è stata  significativa  per far capire che le cose stanno cambiando e che sempre più giovani donne si vogliono impegnare in politica e possono farlo!

Fare polemiche sulla presenza di una bimba in aula, o sul fatto che la sua mamma l’allatti è veramente essere anacronistici e non al passo con i tempi.

In tutta Europa le Istituzioni si aprono alle giovani mamme che, dovendo allattare, si  trovano nella condizione di dover portare nei luoghi istituzionali  i figli e le figlie appena nati con grande naturalezza  perchè questo significa che è ormai dato per acquisito che una donna può impegnarsi in politica pur essendo mamma!

In Italia ci interroghiamo sul perchè c’è una forte denatalità;  una delle cause è certamente da ricercare nella nostra cultura: gli stereotipi che non riusciamo ad abbattere!