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LAURA ONOFRI
la Parità è un bene in Comune

Liberi e libere da pregiudizi e stereotipi anche nelle aule di Giustizia

Le sentenze si rispettano. Ma si possono, anzi si devono commentare e criticare perchè i giudici sono donne e uomini che possono sbagliare e possono dare valutazioni parziali, incomplete o filtrate dai pregiudizi con cui tutti noi dobbiamo costantemente confrontarci.

La sentenza del Tribunale di Torino  che ha assolto  il 46enne accusato di violenza sessuale su una collega della Croce Rossa, di cui in questi giorni si parla moltissimo, e che ha fatto indignare molte donne e molti uomini, è stata forse commentata, come spesso accade per i processi penali, con superficialità, estrapolandone  alcune parti, e non mettendo a fuoco tutto l’impianto con cui è stata motivata.

Non bisogna dimenticare che per condannare una persona, ancor più se  accusata di un reato cosi spregevole, infame ed esecrabile come lo stupro di una giovane donna,i giudici devono avere prove certe e inconfutabili. E’ un principio del diritto che non può e non deve essere sottovalutato.

Quello che però colpisce e deve far riflettere è la cultura della nostra società,  di cui anche spesso  i giudici  sono un’espressione.

Quella cultura che ancora oggi impone che la reazione di una donna ad uno stupro, ad una violenza, ad una molestia deve essere quella di ribellarsi, di gridare, di denunciare, che non tiene conto che ogni donna ha un comportamento, anche protratto nel tempo, diverso perchè lo choc, la vergogna, la paura e il vissuto personale di ognuna è diverso.

In questo caso particolare, come ho premesso all’inizio, le motivazioni non sono solamente che la donna “non ha urlato”, ma sostanzialmente perchè la sua versione dei fatti non sarebbe verosimile, perchè  non ricordava la sequenza esatta dei fatti cadendo anche in contraddizioni, perchè era confusa…Il collegio giudicante composto da tre Giudici donna, però, a mio avviso,  non ha tenuto conto nè del vissuto della giovane, segnato da abusi da parte del padre, nè della sua fragilità emotiva.

Anche per queste tre Magistrate, che hanno avuto sicuramente un compito non facile, ha giocato un ruolo fondamentale, la cultura sessista della nostra società che non mette in conto  che ogni donna   può avere una reazione personale diversa. Ce lo spiegano bene le volontarie dei Centri Antiviolenza che ricevono migliaia di denunce di donne  abusate, violentate, stuprate che a volte non ricordano, sono confuse; la paura e lo choc subito sono traumi che possono far perdere la memoria, possono creare addirittura la rimozione del maltrattamento subito.

Spesso troppe sentenze che riguardano reati di stupro, di violenza domestica e sessuale, di femminicidio sono inficiati da stereotipi che la nostra società e la nostra cultura  non riescono  ad abbattere, a cambiare. Tutto passa di lì, e se non superiamo tutte e tutti insieme queste barriere, rischiamo di fare molti passi indietro, di ritornare a situazioni ormai superate: come quelle della sentenza della Cassazione  del  1999 che decretò che con i jeans lo stupro diventa “consenziente”.

Rischiamo soprattutto che molte donne non denuncino per paura di non essere credute e di subire un’altra violenza durante tutte le fasi del processo, passando da vittima ad accusata.

Il Pubbico Ministero ha già dichiarato che appellerà questa sentenza; mentre esprimiamo alla donna tutta la nostra solidarietà, ci auguriamo che i Giudici che esamineranno in Appello la vicenda, lo facciano liberi da pregiudizi e stereotipi.